di Silvia Sottile
Incontri ravvicinati del terzo tipo – Director’s Cut di Steven Spielberg, versione restaurata 4K, sarà in sala dal 26 gennaio, grazie a Cineteca di Bologna.
Inizia con la richiesta di un interprete Close
Encounters of the Third Kind (1977),
terzo film di Spielberg (anche sceneggiatore, a partire da un ricordo
d’infanzia) e primo completamente spielberghiano, dove troviamo già i temi
cardine del suo cinema a venire, la capacità di incidere nell’immaginario e di
girare “le scene di vita quotidiana
dandogli un aspetto un po’ fantastico, di rendere più quotidiane possibili le
scene fantastiche”.
A parlare è Francois Truffaut, che nel film è lo
scienziato Lacombe: l’interprete serve a lui, che anche nella vita l’inglese lo
conosceva poco (e senza la sodale Helen Scott a fare da tramite non avremmo
avuto Il cinema secondo Hitchcock). La comunicazione è il problema
centrale del film, storia di un sogno di bambino che diventa realtà quando si è
troppo grandi per accettare che possa essere reale.
Eppure serve poco: la luce abbagliante attraverso il
buco della serratura, un frigo svuotato, le viti di una grata di areazione che
si allentano da sole; insomma, basta la magia del cinema, macchina da suspense
usata alla massima potenza spettacolare, per renderlo concreto. E un po’
terrificante.
Anche lì, però, è solo questione di età, e se gli
adulti del film sono molto spaventati – se noi spettatori lo siamo– il piccolo
Barry, dall’alto dei suoi cinque anni, è pronto ad andare incontro ai lampi che
vengono dal cielo.
“I bambini sono
resistenti… hanno la pelle dura” si teorizza negli Anni in tasca,
che Truffaut ha appena finito di girare in quel 1976. Dichiarazione valida
anche per il cinema di Spielberg, e il fatto che questa sia l’unica esperienza
di Truffaut attore al di fuori di un suo film (escluse le comparsate nei corti
d’esordio dei giovani turchi) sancisce la simbiosi tra i due autori. Il Roy di
Richard Dreyfuss deve rinunciare ad essere adulto, abbracciare la sua parte
infantile e irrazionale sconvolgendo l’equilibrio familiare (promemoria per la
critica: rileggere la filmografia di Spielberg alla luce di The
Fabelmans), per potersi avvicinare agli UFO, per accogliere la rivelazione
della loro esistenza.
Close Encounters è
un film sulla fede? Sicuramente è un film sull’avere fiducia nell’altro, anche
quando ci sarebbero molte ragioni per averne paura. Sono sufficienti le cinque
note teorizzate da Lacombe per creare un canale di comunicazione, basta volere
e sapere ascoltare. Un bel sogno a cui credere, di questi tempi.



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