mercoledì 13 maggio 2026

"Il Principe della Follia" affronta con lucidità il tema della malattia

 di Valerio Brandi


In una notte come tante, a Jesi, un tassista (Andrea Roncato) sta per effettuare l’ultima corsa del suo turno. Sulla sua vettura sale Vanessa (Mauro Cardinali), una drag queen che ha appena avuto una pessima serata lavorativa.  

Il tassista se ne accorge, per il semplice fatto che non riesce ad iniziare una conversazione con lei. Decide di andare al bar una volta che l’ha lasciata a casa, e sempre per puro caso scopre il primo dei tanti motivi che rendono nero l’umore di Vanessa: sta facendo una televendita notturna, la cui diretta finisce con una litigata perché l’imbonitore (Stefano Zazzera) sembra davvero un “principe della follia”!  




La maggior parte del pubblico, compreso quello internazionale, osservando il volto di Dario D’Ambrosi, sarà in grado di riconoscere l’interprete che nel 2004, ne La passione di Cristo di Mel Gibson, aveva flagellato il protagonista interpretato da Jim Caviezel. Oppure quelli di Milanello ricorderanno il suo nome perché tanti anni fa ha militato nelle giovanili del Milan. 

Ma Dario D’Ambrosi è soprattutto un grande regista. Di teatro e di cinema. Le sue direzioni hanno sempre avuto un elemento in comune: l’introspezione della mente umana, per dare spazio e voce ai “matti”, per far sì che osservandoli e capendoli si possa fare veramente qualcosa per far stare meglio loro e chi gli sta attorno.  

Il principe della follia nasce proprio durante gli anni in cui Dario D’Ambrosi si fece internare nell'Istituto Psichiatrico Paolo Pini di Milano per analizzare al meglio queste particolari situazioni. La storia del protagonista Francesco prende spunto da un vero paziente di quell’istituto, che odiava la sua famiglia per averlo confinato lì, a tal punto dal desiderare di volerla uccidere.  




Ciò che viene mostrato nei 90’ di questo film, al cinema dal 14 maggio grazie a Notorius Pictures, è un po’ diverso, ma al tempo stesso non troppo lontano da quella situazione. Il lungometraggio alterna continuamente momenti del passato e del presente. Tutti i nodi alla fine verranno al pettine, e se i ruoli dei personaggi interpretati, oltre che da Mauro Cardinali, anche da Alessandro Haber e Carla Chiarelli, diventano chiari dopo poche sequenze, molto più interessante e criptico è invece il tassista di Andrea Roncato.  

Il suo alter-ego giovanile verrà rivelato solo nel finale, ma per quel che si vede prima, può essere considerato benissimo un altro Dario D’Ambrosi. Un uomo gentile, buono, incuriosito e non spaventato dalle differenze, desideroso di aiutare chi è in difficoltà. Perché – come ci ricorda il finale di questo film – aiutando una persona disabile si fa del bene per forza di cose a tutti coloro che stanno intorno ad essa.  





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