di Silvia Sottile
Khaled ha dodici anni e vive vicino a Ramallah. Il mare è a un’ora di distanza, eppure sembra irraggiungibile: permessi, posti di blocco, divieti. Il giorno della gita scolastica tutto pare finalmente possibile, finché al checkpoint le autorità lo fermano e lo rispediscono indietro. Umiliato e determinato, Khaled scappa e si mette in viaggio da solo verso il Mediterraneo, senza conoscere la lingua né la strada.
Quando Ribhi, suo padre,
scopre che il figlio è scomparso, lascia il lavoro e lo cerca attraversando
città e periferie, consapevole che ogni controllo può costargli l’arresto e
l’unica fonte di reddito. Tra tensione e tenerezza, The Sea trasforma un tragitto breve in un’odissea e un desiderio
semplice in una sfida per la dignità, l’infanzia e la libertà di
muoversi. The Sea è un
coming-of-age e un road movie essenziale, che intreccia tensione, tenerezza e
un’idea semplice e potentissima: il diritto di un bambino a sognare.
Diretto da Shai Carmeli
Pollak, The Sea sarà nelle nostre sale dal 6 maggio, grazie a
Mescalito Film.
The Sea mostra con uno sguardo umano ma netto la
realtà dei checkpoint e delle disuguaglianze vissute dai palestinesi. La sua
vittoria ai Premi Ophir (gli “Oscar israeliani”) e la conseguente candidatura
ufficiale agli Oscar 2026 hanno scatenato una reazione durissima del
governo: il ministro israeliano della Cultura Miki Zohar ha definito il
film “una vergogna” e ha annunciato tagli/stop ai finanziamenti
pubblici agli Ophir Awards come ritorsione politica. The Sea è
un film che ha messo in crisi la narrazione ufficiale e per questo motivo è
stato osteggiato dalle istituzioni perché “scomodo”.
Gaza è ancora un’emergenza
umanitaria: anche nei periodi di tregua o riduzione delle ostilità, restano
criticità enormi su accesso agli aiuti, sicurezza dei civili, continuità
delle cure, protezione degli operatori umanitari e possibilità reale di
ricostruire una vita quotidiana. The Sea racconta tutto con la
forza di una storia essenziale: un bambino di 12 anni che sogna di vedere il
mare – a un’ora di distanza, eppure irraggiungibile – e un padre che lo cerca
rischiando tutto. È un film che non “spiega” il conflitto: lo fa sentire,
mettendo lo spettatore davanti a ciò che spesso resta fuori campo: l’infanzia,
la dignità, la paura, la distanza tra normalità e realtà.
La forza del film sta anche
in questo cortocircuito: la “normalità” di una grande città – lavoro, traffico,
spiagge, routine – può scorrere come se nulla fosse, mentre a pochissimi
chilometri di distanza la vita è scandita da permessi, posti di blocco,
attese interminabili e dal timore costante di essere fermati. È
vicinanza geografica, non vicinanza di diritti. The Sea rende
visibile questa frattura con un gesto cinematografico chiarissimo: trasforma un
tragitto breve in un’odissea, e un desiderio innocente in una prova
di sopravvivenza, ricordandoci che ciò che per alcuni è banale (andare al mare)
per altri può diventare un rischio reale.
Non è quindi un film “neutro” nel senso più profondo del termine: proprio perché sceglie l’umanità invece della retorica, finisce per interrogare lo spettatore e mettere a nudo un sistema di controllo che incide sulla vita quotidiana, sulle relazioni familiari e persino sull’infanzia. Con uno sguardo teso e compassionevole e con un cast in larga parte palestinese, The Sea non pretende di spiegare tutto: fa sentire sulla pelle cosa significa vivere dentro una distanza che è insieme fisica, politica e morale. E invita a uscire dalle semplificazioni per tornare all’essenziale: la dignità, l’amore, la libertà di muoversi.
Qui il trailer ufficiale:


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