domenica 26 febbraio 2017

"Barriere": dal palcoscenico al grande schermo

di Silvia Sottile



Per la sua terza regia cinematografica Denzel Washington decide di portare sul grande schermo l’adattamento di uno spettacolo teatrale del 1983 di August Wilson che proprio per questo dramma vinse il premio Pulitzer.

Barriere (Fences in originale), riproposto a Broadway per un revival teatrale nel 2010 con protagonisti Washington e l’intensa Viola Davis, vincitori del prestigioso Tony Award per le loro interpretazioni, vede dunque gli stessi attori riprendere i rispettivi ruoli anche nella versione cinematografica. Ed è indubbiamente la scelta migliore data l’ottima intesa e la profonda conoscenza dei personaggi. 


Il film racconta la storia di Troy Maxson (Denzel Washington), netturbino di Pittsburgh in Pennsylvania negli anni ’50, che dopo aver dovuto rinunciare alla sua passione, il baseball, perché nero, vive con frustrazione le tensioni razziali, il senso di responsabilità nei confronti della sua famiglia e soprattutto il difficile rapporto col figlio che sogna, come lui un tempo, di diventare un campione di baseball. 

Si tratta di un’opera molto intensa che regala un interessante spaccato dell’America ancora razzista degli anni ’50 attraverso un dramma familiare dovuto al difficile carattere del protagonista. Bravo Washington come attore (riesce a risultare fortemente antipatico), anche se a nostro avviso non da Oscar (oltretutto ne ha già due all’attivo) sebbene abbia ricevuto la nomination, molto meno come regista (torneremo dopo su questo punto); ma indubbiamente a tenere la scena è la straordinaria Viola Davis (nel ruolo della moglie Rose) che regala un’interpretazione superlativa, carica di pathos e intensità.  Per noi l’Oscar come migliore attrice non protagonista sarà meritatamente suo. L’unico appunto che possiamo fare è che avrebbe dovuto concorrere come protagonista. Già lo scorso anno Alicia Vikander vinse in supporting per non rischiare di perdere in leading. 


Veniamo invece ai difetti della pellicola, che purtroppo ci sono e ne inficiano pesantemente il risultato finale. La lunghezza è eccessiva (138 minuti), il ritmo pesante ma soprattutto l’impostazione è troppo teatrale ed eccessivamente fitta di dialoghi e monologhi serrati (noi abbiamo visto la proiezione stampa in lingua originale e temiamo molto per la qualità del doppiaggio italiano data la complessità). Sembra quasi di assistere ad uno spettacolo sul palcoscenico, con la differenza che il cinema ha un linguaggio molto diverso ma il regista nel proporre l’adattamento non ne ha tenuto completamente conto. Dunque la pièce perde gran parte della sua potenza con questa trasposizione inspiegabilmente pedissequa e non adatta al mezzo cinematografico. La regia inoltre è pulita e lineare, ma forse troppo classica e piatta. Tutto questo non aiuta a movimentare un film già pesante di suo che oltretutto si svolge quasi esclusivamente nel  cortile di casa Maxson, mentre l’uomo prova a costruire un recinto (le barriere del titolo).


Barriere, dal 23 febbraio al cinema, è candidato a 4 premi Oscar, tra cui miglior film e miglior sceneggiatura non originale per August Wilson, nonostante il drammaturgo sia scomparso nel 2005 (a sottolineare come il testo sia stato riportato senza grosse modifiche).

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