di Slvia Sottile
Mio zio Jens di Brwa Vahabpour è nelle sale
italiane dal 1° ottobre grazie a
Cineclub Internazionale Distribuzione.
Esordio nel lungometraggio del regista curdo-novergese Brwa Vahabpour, Mio zio Jens è un film brillante e delicato che, attraverso il rapporto tra un giovane cresciuto in Norvegia e lo zio arrivato dal Kurdistan iraniano, affronta con ironia e sensibilità il tema della migrazione e il rapporto con le proprie radici.
Al centro della storia c’è Akam, un giovane insegnante di letteratura che conduce una vita
tranquilla a Oslo. Il suo equilibrio viene improvvisamente sconvolto
dall’arrivo di Khdr, lo zio giunto dalla regione iraniana del Kurdistan.
Nonostante condivida già un piccolo appartamento con alcuni amici, Akam si
sente moralmente obbligato a ospitarlo per qualche giorno. Ma quella che
dovrebbe essere una breve visita si trasforma presto in una convivenza ben più
lunga del previsto.
Tra incomprensioni, tensioni
domestiche e situazioni dal risvolto comico, Akam comincia a intuire
che dietro l’arrivo dello zio si nasconde qualcosa di più profondo di una
semplice visita familiare. Una serie di rivelazioni ed eventi inattesi porterà
così i due uomini a confrontarsi con il proprio passato, con le rispettive
responsabilità e con il significato stesso di sentirsi a casa.
La regia di Brwa Vahabpour alterna leggerezza e
momenti più intimi, raccontando il
difficile equilibrio tra le aspettative della famiglia e della società e il
desiderio, profondamente umano, di poter scegliere liberamente la
propria vita. Al centro del film c’è anche la condizione di chi vive tra culture diverse e deve
continuamente ridefinire la propria
identità, il rapporto con le proprie origini e il significato della
parola “casa”.
Un ruolo fondamentale è poi affidato alla lingua, che nel film diventa molto più
di un semplice strumento di comunicazione: rappresenta una forma di potere per chi la padroneggia, ma anche una fonte di
fragilità per chi non riesce a esprimersi pienamente. Traduzioni,
fraintendimenti e parole che cambiano significato a seconda di chi le pronuncia
o le interpreta diventano così parte integrante della relazione tra Akam e Khdr
e del percorso identitario del protagonista.
«La lingua rappresenta il cuore del film
- spiega il regista Brwa Vahabpour
- È uno strumento di potere per chi la padroneggia, ma anche una fonte di
vulnerabilità per chi non riesce a esprimersi pienamente. Mi affascinano i
fraintendimenti linguistici e il modo in cui la traduzione, intenzionale o
involontaria, possa modificare il significato delle parole e delle relazioni. A
volte capita di sentirsi stranieri perfino quando si parla la propria lingua
madre. Attraverso il rapporto con lo zio, Akam scopre aspetti inediti della
propria personalità, alcuni rassicuranti, altri più difficili da accettare,
comprendendo quanto la lingua contribuisca a definire la nostra identità».
Vahabpour sceglie, inoltre, di affrontare il tema
della migrazione da una prospettiva capace di accogliere anche l’umorismo e le
contraddizioni della vita quotidiana, senza per questo attenuarne la
complessità. «Ho desiderato realizzare un film che fosse allo stesso tempo divertente e ricco di suspense,
ma capace di accompagnare lo spettatore verso riflessioni sempre più profonde -
dichiara - Le storie di migrazione sono spesso raccontate esclusivamente
attraverso il dramma e la sofferenza; io volevo affrontare questo tema senza
rinunciare all’umorismo. Il film riconosce le difficoltà che accompagnano chi è
costretto a lasciare il proprio Paese, ma allo stesso tempo mette in luce la
comicità che può emergere anche nelle situazioni più complesse e dolorose».
Per questo motivo Cineclub Internazionale ha deciso di
mantenere entrambe le lingue parlate nel film senza doppiaggio in italiano,
accompagnandole solo con i sottotitoli.
La permanenza di Khdr diventa così il punto di
partenza di un percorso molto più intimo per Akam, costretto a interrogarsi sul
rapporto con le proprie radici e su un’eredità che non è fatta soltanto di
tradizioni e affetti. «La ‘visita’ di Khdr diventa il motore del percorso
interiore di Akam, alla ricerca di un luogo in cui sentirsi davvero a casa. C’è
chi eredita una casa; Akam eredita delle cicatrici: il segno del trauma
collettivo e dello sradicamento vissuti dal suo popolo. Attraverso il loro
incontro ho voluto raccontare come il confronto con le difficoltà dell’altro
possa trasformarsi in un’occasione di crescita, fino a diventare parte
integrante del proprio cammino umano».
Con uno sguardo affettuoso ma mai indulgente sui suoi
personaggi, “Mio zio Jens” racconta così l’incontro e lo scontro tra due generazioni e due modi differenti di
vivere l’appartenenza, trasformando una convivenza forzata in una storia
universale sui legami familiari e sulla possibilità di trovare il proprio posto
nel mondo.
Il film ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International Italia con la seguente
motivazione: "Tra battute e dialoghi arguti che suscitano molti
sorrisi, "Mio zio Jens" racconta le dinamiche sempre più complesse
dell'asilo in Europa e spiega da dove e perché il popolo curdo fugga.”
Qui il trailer ufficiale:


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