di Silvia Sottile
Fatherland, l'ultimo lungometraggio di Paweł Pawlikowski (Ida, Cold War), presentato in Concorso al 79º Festival di Cannes, dove Pawlikowski ha vinto il Prix de la mise en scène, arriva nelle nostre sale il 16 ottobre, distribuito da MUBI.
Scritto da Pawlikowski e Henk
Handloegten, il film vede come protagonisti la candidata all'Oscar Sandra
Hüller (La zona d'interesse, Anatomia di una caduta), Hanns Zischler (Munich,
Germania nove zero, Nel corso del tempo), August Diehl (La vita nascosta
- Hidden Life, Bastardi senza gloria), Devid Striesow (Niente di nuovo
sul fronte occidentale) e Anna Madeley (Patrick Melrose, Creature grandi
e piccole).
Ambientato all’apice della Guerra Fredda, Fatherland
racconta il rapporto tra lo scrittore Thomas Mann (Hanns Zischler) e sua figlia
Erika (Sandra Hüller), attrice, giornalista e pilota di rally. A bordo di una
Buick nera intraprendono un viaggio attraverso una Germania in macerie: da
Francoforte, sotto l'influenza statunitense, fino a Weimar, controllata dai
sovietici. Per la prima volta dopo la guerra, Mann torna nella sua nativa
Germania, dopo aver preso la difficile decisione di fuggire negli Stati Uniti
per mettersi in salvo.
Con Fatherland, Pawlikowski riprende da dove
aveva lasciato con i pluripremiati Ida e Cold War, esplorando i
temi dell'identità, del senso di colpa, della famiglia e dell'amore, sullo
sfondo del tumulto e della confusione morale dell'Europa del dopoguerra.
Fatherland è un film intenso e toccante. Un viaggio di un padre
e una figlia nella terra natia, quella Germania del primo dopoguerra (di cui
offre uno spaccato incredibilmente realistico), devastata e divisa, logorata dalla
Guerra Fredda, con Stati Uniti e Russia che ‘giocano’ su una scacchiera, usando
tutte le pedine a propria disposizione, persino la cultura che diviene un
mezzo di propaganda del potere, sia da una parte che dall’altra.
Ma il viaggio non è solo
attraverso i luoghi, è anche un viaggio interiore. Tra dolore, perdita e senso
di colpa, all’interno di una famiglia caratterizzata
dalla rigidità emotiva del padre, Thomas Mann. E i figli ne pagano le
conseguenze da una vita.
Il titolo del film ha
infatti un doppio significato: Fatherland nel senso di Patria, Terra dei
Padri, in primis; ma anche, metaforicamente, inteso come continua ricerca di un
rapporto con un padre indubbiamente ingombrante. Due piani che si intersecano
profondamente, con la Germania in macerie che diviene specchio di una famiglia che prova dolorosamente a recuperare un legame.
E ancora un quesito
assordante: dov’è casa? Il luogo in cui si è nati e cresciuti o quello in cui
si vive? Un tema sempre attuale, in ogni contesto, ma ancor di più per chi ha
dovuto lasciare in circostanze tragiche la propria terra e le proprie origini.
La scelta del regista – che
si è rivelata assolutamente perfetta – di realizzare questa pellicola in bianco
e nero (e in formato 4:3), la rende ancora più intensa e introspettiva, facendo
emergere con forza l’intima sofferenza, oltre a dare spesso l’impressione di osservare
un vero e proprio filmato d’epoca. Sensazione acuita dal fatto che la figura di
Mann è universalmente conosciuta.
Fatherland è un’opera profonda e commovente, con un finale
potentissimo, accompagnato da colonna sonora e immagini che lacerano l’anima. Un
capolavoro imperdibile, ulteriormente valorizzato dall’ennesima straordinaria
interpretazione di Sandra Hüller.

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